Questa è una storia vera tranne i nomi dei personaggi. Mi è stata raccontata da Luigi Giuffrida, un caro amico leccese col quale per anni abbiamo condiviso le stesse idee politiche:
"Con i Gentilini, marito e moglie, abitavamo lo stesso palazzo, con loro abitava Fausto, fratello di lui, di qualche anno più giovane. Spesso ci ritrovavamo intorno ad un buon bicchiere di vino e la conversazjone scivolava nel campo politico, argomento a me caro in quanto allora ero un fervente militante del PCI.
Una sera Ii convinsi a venire in sezione, ove avevamo organizzato una castagnata. L’ambiente era quello di una grande famiglia: si discuteva, si mangiava, si beveva e si cantava, ne furono talmente entusiasti che il partito guadagnò 3 nuovi iscritti.
Trovato un appartamento nello stesso palazzo, Fausto partì per l’ltalia da dove qualche settimana dopo tornò con la giovane moglie Gianna.
I Gentilini erano gente semplice della campagna e le discussioni che potevo fare con loro erano molto limitate, Gianna invece veniva dalla città e aveva un bagaglio culturale discreto ciò che ci permise, rapidamente, di elevare di molto il livello delle discussioni.
La sezione PCI di Renens, alla quale appartenevo, era la più importante della
Svizzera Romanda, contava circa 200 iscritti. QueII’anno, il 1976, si svolgeva
il congresso di sezione per eleggere il nuovo segretario politico. I compagni
insistettero tanto affinché mi presentassi come candidato in alternativa a
Giovanni Lauria un calabrese maestro di scuola.
Mi piaceva fare le cose seriamente, cosi per preparare la mia relazione e leggere le tesi del partito, una decina di pagine pubblicate da l’Unità, presi una settimana di vacanze e mi ritirai in uno chalet nelle montagne presso Chateau d’Oex. II giorno fatidico mi alzai molto presto, toccava a me, essendo il mio mestiere, sonorizzare la sala. Oltre ai soliti alto parlanti e microfoni fissi, quell’anno portai una novità: un microfono senza filo da utilizzare per il dibattito tra il pubblico.
Nervoso ed emozionato aspettavo l’arrivo dei compagni che vennero numerosi. Venne anche Gianna la quale mi incoraggiò mostrandomi con la mano il segno della vittoria. Conoscevo i miei limiti oratori, riuscivo a parlare bene solo in chiave polemica, ma quel giorno non era proprio il caso, bisognava rilanciare la politica della sezione, aumentare il numero degli iscritti, amministrare le entrate del bar e delle tessere. La mia relazione era scritta e pronta, preparata con cura e degna di un congresso nazionale. Cominciai a leggerla ma subito mi resi conto che era troppo impegnativa per i presenti. Trovai il coraggio, fu sicuramente la mossa vincente, di smettere e di parlare a braccio, con parole semplici e persuasive, vinsi l’emozione e alla fine fu un trionfo: venni eletto segretario con oltre iI 75% dei consensi.
Gianna fu tra le prime a congratularrni, mi strinse la mano, poi presa daII’entusiasmo, mi abbracciò, prima che Antonino Caruso, un vecchio compagno siciliano, col microfono senza filo in mano provò invano ad intervistarmi, si guardò intorno, un pò impacciato, cercando il guasto, poi con tono serio ma con l’aria compiaciuta di chi aveva trovato la causa esclamò:
-Qui c’è stato un sabotaggio fascista, hanno tagliato il filo del microfono- GIie lo accesi e subito si calmò, assunse un’aria rassegnata e sentenziò con fibosofia: -Oramai sono vecchio per queste cose, meno male che hanno eletto te, auguri compagno Luigi.-
A settembre per la chiusura del festival nazionale de l’Unità organizzammo un autobus alla volta di Bologna ove arrivammo il sabato pomeriggio. Per il corteo della domenica avevamo preparato bandiere e striscioni e I’entusiasmo di incontrare il compagno Berlinguer era alle stelle. II sabato sera fummo ospiti alla casa del popolo di S. Giovanni in Persiceto ov’erano convenute tutte le autorità del paese. Il sindaco volle salutarci uno per uno prima di brindare alla salute di noi emigrati.
Dopo un lungo e caloroso applauso passammo a tavola per gustare le tante specialità emiliane. Gianna, seduta vicino a me, era raggiante, aveva il volto delle cose più care per un militante comunista: la Iibertà e la democrazia. Ero felice di poter esibire la più giovane e la più graziosa compagna della sezione di Renens.
I Gentilini non avevano mai visto una cosa del genere e neanche io in verità, anche se avevo già fatto alcuni viaggi alla scuola del partito di Faggeto Lario ed avevo anche visitato la sede milanese de I’Unità.
A serata avanzata, dopo diversi bicchieri di sangiovese, ad un tratto fui preso dai brividi. In un primo momento pensai alla casualità, le chiesi anche scusa, ma dopo alcuni istanti Gianna rimise il suo piede sul mio. La guardai un attimo negli occhi e mi accennò un movimento con la testa che io interpretai con un "ma che non ti piace?" Cercai, con un gesto delle mani e della testa, di farle capire che non era il luogo più adatto.
Non capì o non volle capire perché quando cominciammo a cantare e la confusione aumentò, ripetè quel suo gesto con magggiore intensità. Per un attimo persi la testa, abbassai la mano sotto il tavolo e l’accarezzai, prima leggermente, poi sempre più forte, lei me l’afferrò e la tirò verso di se. Ad un tratto mi sentii colpevole, realizzai in che follia stavamo scivolando e con una scusa mi alzai allontanandomi.
La domenica mattino sfilammo per le strade di Bologna ed ebbimo il privilegio di aprire ii corteo con il nostro striscione: "Cli emigrati di Renens salutano Bologna democratica". Fu un trionfo, tutti applaudivano, molti correvano per abbracciarci, la gente lanciava fiori dalle finestre, e quando passammo sotto la tribuna d’onore, nessuno poté trattenere le lacrime al saluto di Enrico Berlinguer.
Pochi giorni dopo, Gianna mi telefonò al lavoro: -Devo vederti, devo
parlarti, è troppo importante, domani fingo di dover andare dal medico, ti
aspetto nel parco alle 13.- Non rifiutai perché ero curioso di sapere cosa
volesse dirmi, forse voleva chiedermi di dimenticare ciò che era accaduto a S.
Giovanni, ma se era questo perché non averlo fatto al telefono? Perché fingere
di essere malata?
Volevo farle una romanzina, ero più vecchio di lei di almeno 10 anni, poi ero segretario del PCI sezione di Renens, dovevo essere un esempio di serietà. Altro che, quando la vidi arrivare in lacrime, non potei trattenermi di prenderla tra le braccia, accarezzarle il viso prima di chiederle il perché della sua pena:
-Sono innamorata di te, ti penso sempre, ma c’è più grave.-
Cercai di calmarla,
di consolarla alla meglio, ma lei mi stringeva sempre di più, poi le chiesi cosa
c’era di più grave:
-Quando sto con mio marito, è come se stessi con te-
Persi
di nuovo la testa e la baciai a lungo, era cosi dolce, fresca e appassionata.
Per un attimo ritornai nel passato quando adolescente ero spensierato e senza
preoccupazioni, poi il sogno finì, riuscii a calmarla alla meglio, la rassicurai
dicendole che era bellissima e che non l’avrei mai dimenticata.
Da quel giorno la evitai con lo sguardo ma non col pensiero, la libertà e democrazia non si scordano facilmente!"
Pietro Russo