DESCRIZIONE DELL’OPERA

 

Ci troviamo di fronte ad un’opera presepiale che possiamo far risalire al XIII o XIV secolo.

Non conosciamo né l’autore né, tanto meno l’anno della sua realizzazione. Siamo solo agli inizi della scoperta.

Già nel 1500 quest’opera era scomparsa, sepolta senza lasciare un ricordo; non ne troviamo traccia nei documenti ufficiali più antichi, come le visite pastorali dei vescovi, così minuziosi nel descrivere finanche le suppellettili degli altari.

 

 

                             Maria occupa il centro dell’opera presepiale. E’ la Madre di Dio, la Theotokos: la donna vergine e madre che ha dato carne al verbo di Dio.

                             La Madonna è raffigurata come una giovane sorridente, per niente turbata o sofferente, con lo sguardo dolce e innocente rivolto al Figlio immerso in una fonte battesimale e lavato da due nutrici.

                             Anche i colori degli abiti seguono i canoni iconografici e sottolineano il mistero dell’umanità-divinità di Maria: indossa una veste azzurra, è distesa su un mantello rosso che funge da coperta, la testa è coperta da un velo bianco e sul capo ha una corona dorata; la donna nella sua umanità (vestito azzurro) è rivestita di divinità (mantello rosso), è sotto l’azione dello Spirito Santo (velo bianco) ed è regina (corona d’oro) perché è madre di un re! In seguito, per mettere in risalto la divinità di Maria, la Madonna sarà rappresentata con il vestito rosso e il manto azzurro.

                             L’opera è stata fatta necessariamente sul posto. E’ stata realizzata con materiale povero: un impasto di pietre e calce rivestito da uno strato di stucco policromo. La statua non si può trasportare perché troppo pesante e fragile. Ad un minimo movimento si spezza a metà. Ed è quello che è successo qualche secolo fa. Infatti, solo la parte superiore, il busto e il capo, è originale e antica; la parte inferiore, a partire dalla mano destra fino ai piedi, è stata completamente rifatta in epoca successiva. Ne è prova soprattutto la configurazione della parte inferiore che è fatta di materiale diverso e non segue il movimento della parte superiore. Essendo leggermente piegata, i piedi non potevano assumere una posizione allineata: dovevano essere staccati, come doveva essere più mosso anche il vestito. Tra il materiale di recupero è stato trovato un piede femminile e una mano su uno sfondo rosso che possono essere il piede e la mano originali.

                             Per spiegare questo cambiamento, potremmo azzardare un’ipotesi suggestiva e tutta da verificare riguardante la cappella presepiale.

                             Sorta come cappella laterale, o come battistero della Chiesa di S. Stefano, l’attuale Cripta di S. Amato, con la morte del Santo patrono è diventata il luogo dove se ne conservavano le reliquie. Per far questo il fonte battesimale è stato sostituito da un altare con paliotto in pietra, con la “fenestella confessoris” visibile ancora oggi. Gli affreschi sono stati coperti da finti marmi in stucco e della Natività si è conservata solo la Madonna, diventata “Madonna di S. Amato”.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Nella costruzione della Cattedrale, dovendo rinforzare le fondazioni di mura portanti che partono proprio dalla Cripta, sono state tolte le reliquie del Santo e sono state deposte nell’altare laterale della Cripta, che ancora oggi presenta traccia di una “fenestella confessoris” più recente; si è chiusa la cella utilizzando come unica apertura lo stesso paliotto dell’altare interno e, non essendo riverente che si venerasse la Madonna senza la possibilità di vederla e di toccarla, si è spostata la statua verso l’ingresso della cella mettendola con i piedi rivolti verso le persone. La stessa statua è stata ricoperta di gesso così da togliere le sembianze della Madonna ed è diventata in questo modo la principessa Ilaria di Gianvilla, con la parte inferiore completamente rifatta a forma funeraria. Per rendere la storia più verosimile si è parlato di un passaggio che collegava la tomba dei Gianvilla, situata dietro l’altare maggiore della Cattedrale, con la Cripta.

                             La fede popolare tuttavia non dimentica.

                             All’avvicinarsi del momento del parto, e a quei tempi non c’erano né ospedali né cliniche, le puerpere buscane hanno continuato a confidare in Colei che era stata per secoli la soccorritrice delle loro madri e delle loro nonne. Che fosse diventata Ilaria di Gianvilla, questo a loro poco importava; importava continuare una tradizione di fede e di speranza. Per questo, se per alcuni si parlava di Ilaria di Gianvilla, per la gente semplice, per la stragrande maggioranza, si continuava ad invocarla col titolo di Madonna del Soccorso: e tutti sapevano a chi era rivolto l’aiuto, e ne parlavano con pudore e con aria di mistero.

 

                             Seguendo lo sguardo di Maria, i nostri occhi sono indirizzati verso la scena del bagno di Gesù, in alto a sinistra per chi entra nella cella.

                             Il bambino si trova immerso in una conca battesimale ed è lavato da due donne che, secondo la tradizione, sono le levatrici che erano state chiamate in tutta fretta a Betlemme per assistere Maria durante il parto, occupandosi poi del bambino appena nato.

                                   Per il Vangelo apocrifo armeno le due donne hanno un nome ben preciso: sono Eva e Salomè.

                                   Eva, la nostra prima madre, colei su cui gravava la maledizione: “moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli” (Gn 3,16)………..

                                   …..La seconda donna è Salomè. Questa, avuta la notizia che una vergine stava per dare alla luce un figlio, non volle credere e volle convincersene personalmente. Per questa sua incredulità, come punizione, le si disseccò la mano destra, risanata poi al contatto con il Bambino. Nell’affresco Salomè è raffigurata vestita di verde, con un turbante raffinato e con una brocca d’acqua nella mano sinistra, mentre con la destra sfiora il bambino.

                                   E’ chiaro il riferimento al Battesimo. Non si tratta infatti della scena del bagnetto di un neonato; il bambino Gesù è già svezzato, si mantiene n piedi da solo e non ha lo sguardo rivolto alla madre, bensì verso i fedeli che si dirigono verso la Natività.

                                   Gesù si sottopone consciamente a questo rito purificatorio e accenna con la mano destra ad un segno di benedizione.

                                   La testa del Bambino è circondata da un’aureola che è propria del Figlio di Dio: è color oro, segno della regalità; si prolunga con una teoria di pietre preziose disegnate in rilievo e in forma circolare, segno dell’universalità, ed è inserita una croce gloriosa rossa.

 

                                   La scena del bagno rimanda ad un’altra immagine del Bambino posta in alto, alle spalle della Madonna, a lato di un roccia rossiccia che è inglobata nelle fondazioni della Chiesa. E’ il luogo più umido della cella, dove maggiormente si possono vedere i danni che il tempo e l’umidità hanno arrecato all’affresco.

                                   E’ la scena della natività, quella che nel presepio attuale viene posta al centro.

                                   Il Bambino neonato, con la stessa aureola del Bambino precedente, si trova all’interno di una grotta che ricorda un sepolcro ed è deposto in una tomba aperta. Vicino a lui si vedono il bue e l’asino; dell’asino, di colore grigio a destra del Bambino per chi guarda, possiamo vedere gli zoccoli e parte dell’occhio; del bue, di color marrone a sinistra del bambino, sono visibili parte delle zampe e la bocca che sta masticando una manciata di fieno.

                                   Il significato della scena è chiaro. Si fa riferimento al mancato riconoscimento del Messia da parte del popolo di Israele: “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende” (Is 1,3).

                                   Si mette in evidenza la drammaticità del mancato riconoscimento: Israele non ha riconosciuto Colui che avrebbe vinto la morte e questa vittoria è cominciata con la nascita. La tomba è aperta, il coperchio è stato spostato e il segno della morte non fa più paura. Con la nascita di questo Bambino siamo entrati nel tempo escatologico, nell’ultimo tempo, nel giorno che non conosce tramonto. Il Bambino neonato nel sepolcro e il Bambino già svezzato nella conca battesimale stanno a significare che il tempo, con la sua carica di corruttibilità, non esiste più: non esiste passato, presente e futuro, ma in Gesù Cristo tutto è presente. Gesù è Dio, Colui che “era, è e sarà”.

 

                                   San Giuseppe, ai piedi della Madonna, è l’anello della catena che unisce il Bambino ad Adamo, ad Abramo e alla discendenza di Davide.

                                   …lo troviamo seduto, assorto, appoggiato al bastone, perso nei suoi pensieri; guarda, ma non vede! E? l’uomo davanti al mistero.

                                   In questa statua solo la testa e le pinte dei piedi sono antiche: sono state trovate fortunosamente tra il materiale di riempimento della cella. Sono composte con lo stesso materiale della statua della Madonna: pietra e calce impastata e rivestita di stucco. E’ stato possibile fare riferimento a S. Giuseppe solamente dopo la scoperta degli affreschi, in quanto all’opera presepiale mancava questo personaggio e l’atteggiamento del volto rispondeva ai canoni iconografici. Che fosse rappresentato seduto lo si è capito dalle dimensioni della testa che, per essere proporzionata, dovrebbe appartenere ad un uomo alto più di 2 metri: opera impossibile da realizzarsi in piedi con quel materiale. Che fosse seduto lo si è capito pure dalle piante dei piedi colorate color carne, quindi visibili.

                                   La statua doveva essere in posizione seduta e con le gambe incrociate.

                                   Il corpo della statua, come è doveroso, è stato con un materiale completamente diverso, rivestendo un manichino di legno, alto più di due metri e messo in posizione seduta, con tela di sacco imbevuta di scagliola.

 

                                   Al di sopra della Madonna troviamo la stella di Giacobbe. E’ stata completamente rifatta con tre assicelle di legno colorate di giallo oro che nel centro formano la stella e poi continuano per arrivare sul corpo di Maria. Anche questa è stata realizzata in modo tale che si capisca che non è un restauro, ma un’aggiunta da parte nostra.

                                   La stella di Giacobbe fa riferimento alla profezia più antica, databile al periodo dell’Esodo e riportata nel libro dei Numeri, ed è presente in tutte le rappresentazioni della natività, anche in quella più antica del terzo secolo che si trova a Roma nelle catacombe di Priscilla. E’ la profezia del sacerdote pagano Balaam che, invitato da Balak, re di Moab, a maledire il popolo di Israele che sta entrando nella Terra Promessa, se ne esce con una benedizione. “Che belle sono le tue tende, Israele…Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele…” (Nm 24,17).

                                   E’ la stella che ha guidato i Re Magi, i pagani, alla grotta.

                                   Nell’affresco non c’è traccia della stella. Molto probabilmente era stata fatta in stucco ed è andata perduta. Abbiamo trovato un indizio in quelle ali poste al centro della volta che, non appartenendo ad un angelo, dovevano rappresentare il regno dei cieli. Dal centro di queste ali parte una traccia nel muro che, ad un certo punto, si allarga quasi a formare un quadro.

                                   I tre raggi vogliono indicare la Trinità, il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo che scendono dal Regno dei Cieli per compiere la loro opera in Maria.

 

                                   Sempre nella parete frontale, al lato sinistro per chi guarda, c’è un angelo che annuncia a due pastori la nascita del Salvatore.

                                   Purtroppo, avendo abbassato la volta della cella per permettere la realizzazione del pavimento del Coro della Cattedrale, si è distrutta la parte superiore dell’affresco, troncando di netto la testa all’angelo e parte delle ali.

                                   L’angelo, su una roccia, ha in mano un rotolo svolto che giunge fino ai piedi. L’annuncio non viene dato solo oralmente, m anche per iscritto. L’angelo ha una veste bianca ed è rivestito di una specie di dalmatica rossa.

                                   I pastori tengono lo sguardo fisso verso la creatura celeste. Sono vestiti con gli abiti caratteristici del periodo medioevale: veste con bordone e grossi stivali. Più che pastori sembrano pellegrini.

                                   Alle loro spalle, sulla parete sinistra, c’è una scena pastorale. La parte centrale è data da un recinto di animali: possiamo vedere un cane e delle pecore.

                                   Tutta la creazione gioisce per la nascita del re!

                                  

                                   All’entrata della cella, in alto sul lato destro, troviamo i Re Magi. Sono tre: uno guarda la Madonna, gli altri due sono rivolti verso i fedeli quasi dicessero: “L’abbiamo trovato!”. Hanno la testa coronata e ognuno porta il proprio dono. Sono seguiti da un paggio, un negro, che tiene le briglie di un cavallo.

                                   I Magi rappresentano le nazioni, i pagani, che riconoscono nel bambino Gesù il Salvatore del mondo.

                                   L’affresco continuava anche al di fuori della cella ed è stato bruscamente interrotto dal muro di sostegno.

 

                                   Del cielo è rimasto ben poco perché per la maggior parte è stato danneggiato dall’abbassamento della volta.

                                   Dal quel poco che rimane si possono tuttavia rilevare due tipi di interventi diversi.

                                   La parte più antica è fatta da un cielo probabilmente di colore blu e trapuntato di stelle. Non è facile risalire al colore perché è completamente ossidato.

                                   C’è poi una seconda volta celeste, che è stata sovrapposta alla prima, caratterizzata da stalattiti di calce, con un’anima di legno, che scendono dal cielo.

                                   Si voleva forse nascondere il primo cielo quando si è tolta la natività? Non lo sappiamo.

 

                                   L’ultima parola va al paesaggio. E’ un paesaggio roccioso, con alberi alti e robusti. Potrebbe far riferimento al paesaggio di Nusco, dove rocce e alberi non mancano, anche se è una caratteristica dell’iconografia presentare la natività non in un paesaggio campestre ma rupestre.

                                   La montagna nella Bibbia è il luogo della teofania, della manifestazione di Dio.

                                   Pensiamo al monte Sinai, al monte Tabor, al monte delle Beatitudini. La montagna ha anche un carattere messianico.

                                   Isaia dice: “Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: saliamo al monte del Signore, al tempio di Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri” (2,2 – 3).

                                   “Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare” (11,9).

 

                                                                                    Don Dino Tisato